Una nuova Boheme all'Opera di Roma

Il pessimismo pucciniano di fondo, che si trova anche nella 'Boheme', torna bene nel rappresentare disillusioni e fatica di vivere dei giovani d'oggi che si sentono senza futuro, specie se vengono da situazioni marginali e periferiche di una grande città, con cui, emblematicamente, la regia di Alex Ollé, una delle anime della Fura dels Baus, sostituisce le soffitte della Parigi inizio '900 in questo suo allestimento, coprodotto col Regio di Torino, che arriva ora all'Opera di Roma, dove alla prima non ha ottenuto grande accoglienza nonostante le buone qualità musicali (si replica 10 volte fino al 24/6, con cast anche diversi). Eppure l'ambientazione contemporanea funziona nel rappresentare la società nuova, urbana e borghese, tanto diversa da quella verdiana, che rende modernissimo Puccini di cui la 'Boheme' è l'opera esemplare, dove gioca, forse più del romanzo ispiratore di Murger, la memoria del musicista dei suoi giovanili anni appunto bohemienne, con i suoi sentimenti leopardiani e nostalgie.

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